Cosa c’è di così perfetto che perfetto non è?

sunday-1358907Un paio d’anni fa ho partecipato a due giornate di formazione sullo Shadow Coaching con Donna Karlin, colei che lo Shadow Coaching l’ha inventato.
Sono stati due giorni che ricordo in modo molto vivo. Ero incinta, non sapevo ancora cosa fossero le nausee in gravidanza e mangiavo mandorle come se non ci fosse un domani … ma questa è un’altra questione …
Quello che ricordo bene è anche la capacità di Donna di fare “domande che spostano”, ovvero quelle domande che fanno aprire una breccia nella testa, nel cuore e nella pancia di chi riceve quella domanda. Ed è quel tipo di breccia che può portare ad una risposta che mette insieme il pensare e il sentire.
Donna diceva che i grandi leader hanno la capacità di allineare testa, cuore e pancia. Che poi, capiamoci, per grandi leader non si intendo figure straordinarie e conosciute. Si intende “quelli bravi”, “quelli bravi per davvero” quando si tratta di essere leader.
In questi due anni ho pensato più di qualche volta alle due giornate con Donna. Mi piace questa cosa dell’avere testa, cuore e pancia su un’unica ideale linea. Perché è il momento in cui tutto sembra fermarsi e cristallizzarsi: tutto diventa chiaro e l’azione procede fluida verso la meta da raggiungere.
La meta procede fluida e non per questo veloce. Le mete si raggiungono con i “giusti” tempi. Sapere dove andare non vuol dire essere arrivati e non vuol dire che non si incontreranno ostacoli.
Perché l’allineamento che ha calmato i pensieri e reso la visione fluida può scomparire. Possiamo trovarci ad affrontare situazioni e ostacoli che ci possono far deviare dalla strada da percorrere. E ci vuole molta perseveranza, persistenza, resilienza per tenere la strada. E in alcune situazioni si può decidere di stare nella via laterale o a bordo strada a guardare, perché sembra di non riuscire a trovare altra via o perché si è stanchi. Il luogo in cui si sta piace, anche se la testa, o il cuore o la pancia (o tutte e tre) reclamano attenzione. Però si sta lì.

Allora va chiesto cosa c’è di così perfetto in questa situazione che così perfetto non è. E si può sentire tutto lo squilibrio dell’imperfezione e il timore di darsi una risposta che, magari, già si conosce. Perché si può anche conoscere la meta e volerla tanta raggiungere ma, ogni tanto, si sente l’esigenza di sedersi a riposare, dimenticandosi del lungo cammino che si deve ancora fare e pensando che quello già fatto dovesse portare al punto in cui si è, guardando un paesaggio e ammirandolo come se fosse la meta che si voleva raggiungere.

E alla domanda “cosa c’è di così perfetto che in realtà non lo è?” non si risponde, in genere, è tutto perfetto così com’è. Perché se sei nella condizioni di porti la domanda, o di fartela porre, vuol dire che non c’è perfezione. C’è almeno un cruccio che gira per la testa, o ferisce il cuore, o fa contrarre la pancia. E l’elemento di perfezione si trova. Ed è veramente perfetto, tanto perfetto da farsi cullare. E può essere un caldo perfetto alibi che ostacola il cammino verso la meta.

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