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Parlando di imbarazzo …

“Mi imbarazza un po’ … ” dico.

“Non capisco cosa ti imbarazzi.” è la risposta.

Cosa imbarazza?

Perché scrivere dell’imbarazzo?

Perché, nell’ultimo periodo, è una parola che ho detto più di qualche volta. A volte ho provato l’emozione dell’imbarazzo, altre volte ne ho parlato e basta.

Ho ripreso in mano un libro che avevo studiato ai tempi dell’università, Imbarazzo, vergogna e altri affanni a cura di Valentina D’Urso, per un lavoro che aveva come argomento le emozioni.

Sembra che il concetto che accomuna il pensiero di ricercatori di aree diverse sia quello di crisi dell’immagine pubblica. Per provare imbarazzo (e ciò lo distingue dalla vergogna) deve esserci la presenza sulla scena di chi si imbarazza e di chi assiste o è causa di imbarazzo. E’ un’emozione che riguarda il tempo presente.

Inoltre, oltre agli altri ci siamo noi, con le nostre piccole debolezze che, magari, non desideriamo mostrare al mondo. Si può provare imbarazzo perché pensiamo di violare i nostri standard, personali, particolari e autoimposti. così, ognuno di noi ha i propri standard da rispettare, più o meno stringenti.

Poi, possiamo imbarazzarci perché sentiamo l’attenzione degli altri su noi stessi, sappiamo che il nostro comportamento è regolato da regole sociali da rispettare, vogliamo conformarci a queste norme, abbiamo il timore di perdere la faccia, siamo insicuri delle nostre capacità. Possiamo essere imbarazzati per un complimento. Mi è capitato recentemente, durante una formazione formatori. I partecipanti, a fine corso, mi hanno fatto i complimenti per il lavoro svolto è ciò mi crea ancora imbarazzo nonostante sia accaduto più volte.  Hanno anche calcato la mano quando mi hanno fatto notare che avevo una posizione particolare dei piedi, che è una mia tipica posizione in determinate circostanze.

Si può provare imbarazzo perché si deve gestire una situazione in pubblico, respingere avances (che nel “mio linguaggio” diventa uno che ci prova), affrontare una gaffe … e altre situazioni ancora.

Perché, allora, ammettere l’imbarazzo?

Perché va di pari passo, secondo me, con la vulnerabilità. Si mostra quello che si sta vivendo in quel momento. Si dichiara l’imbarazzo all’altro e a se stessi. Le emozioni e il loro linguaggio ci sono utili per la costruzione del nostro modello di sé e per la relazione con gli altri. Le nostre emozioni possono provocare nell’altro una risposta che ci aspettiamo o meno.

A questo punto ci si potrebbe chiedere se mi aspettavo la risposta “Non capisco cosa ti imbarazzi”.

Non lascio un sospeso e dico di no. In realtà, non aspettavo nessuna risposta. Ho fatto dichiarazione di imbarazzo e ho messo in luce la mia vulnerabiltà. I formatori e i coach dicono che così va fatto …

L’affermazione di risposta l’ho trasformata nella domanda “cosa mi imbarazza?” e non è stato difficile, per me, trovare la risposta …

Aggiungo che non ci imbarazziamo se la cosa per cui proviamo imbarazzo o le persone che abbiamo davanti sono per noi rilevanti.

E’ un po’ come dire mi sento inadeguato, questa cosa è per me importante, tu sei importante, di fronte a te vorrei fare bella figura. Intendendo per “te” una singola persona o un gruppo di persone.

Credo che l’imbarazzo mostri la fragilità e la fallibilità dell’essere umano in quanto tale. Non esiste perfezione assoluta nell’umanità. Tanta bellezza, forse, e non perfezione. L’imbarazzo, come la vulnerabilità, fanno parte del vivere umano.

 

Due strade trovai nel bosco (ovvero quando si smette di fare qualcosa)

Robert Frost nella sua poesia “La strada non presa” parla di due strade in un bosco e del fatto che, essendo uno solo, deve scegliere di percorrerne una.
La poesia si conclude con un “e questo ha fatto la differenza” o simili, dipende dalle traduzioni.
Mi piace ripetere a voce alta la frase “due strade trovai nel bosco …” e immaginare le due strade: sono i bivi della vita.

Si può pensare di prendere una strada e guardare, con la coda dell’occhio, a quella che si è deciso di percorrere, fino a quando non scompare o ci si accorge di qualcosa che la rende preferibile. Allora si può tornare indietro e percorrere l’altra strada.

Di fatto, non si percorreranno mai entrambe. Se si sceglie una strada, si lascia l’altra. Si afferma una cosa e si nega l’altra. Questo è il tema della scelta, direbbe qualcuno. Perché la scelta non è altro che un negare per affermare o un affermare e negare. Con il pensiero che ci si può essere in qualche modo illusi di aver fatto la scelta giusta o quella sbagliata. La possibilità di verifica non c’è e l’esperienza che permette la certezza non è data.

E poi penso che nel bosco, nel grande bosco che è la vita, la strada che si è lasciato te la puoi trovare davanti nuovamente.

Il carro del vincitore (ovvero le tendenze umane nel lavoro di squadra)

Ogni tanto Facebook “dona” perle di saggezza. Si tratta di quelle frasi che sono scritte da chi, magari, non conosce teorie e modelli e che possiede la “scuola dell’esperienza”. Una scuola che determina un agire di buon senso e fa comprendere le questioni da un punto di vista molto pratico e che si concretizza con affermazioni di grande lucidità. La “scuola dell’esperienza”, magari, non determina sempre comportamenti funzionali ed efficaci.  Anche se può dare una visione nitida del sentire e del vedere delle persone in merito ad un argomento.
Di gruppi e di team se ne parla tanto (forse fin troppo). Di leadership se ne parla ancora di più.

Un passo indietro

Si dice che “nella vita non si torna indietro neanche per prendere la rincorsa” e, a volte, fare un passo indietro viene associato al tornare indietro.

Vero è che il tempo passato non torna.

E’ anche vero che per osservare le cose da un’altra prospettiva può essere utile fare un passo indietro.Perché fare un passo indietro può permettere di allargare la propria visione delle cose e vedere ciò che prima non si vedeva. E’ una questione di prospettiva. A volte, più vicini si è meno si vede.

Cosa c’è di così perfetto che perfetto non è?

sunday-1358907Un paio d’anni fa ho partecipato a due giornate di formazione sullo Shadow Coaching con Donna Karlin, colei che lo Shadow Coaching l’ha inventato.
Sono stati due giorni che ricordo in modo molto vivo. Ero incinta, non sapevo ancora cosa fossero le nausee in gravidanza e mangiavo mandorle come se non ci fosse un domani … ma questa è un’altra questione …
Quello che ricordo bene è anche la capacità di Donna di fare “domande che spostano”, ovvero quelle domande che fanno aprire una breccia nella testa, nel cuore e nella pancia di chi riceve quella domanda. Ed è quel tipo di breccia che può portare ad una risposta che mette insieme il pensare e il sentire.