Il castello è mio (ovvero quando il formatore si mette al servizio)

stirling-castle-202103Qualche tempo fa, durante un corso formazione formatori, una partecipante ha usato la frase “il castello è mio” per indicare il ruolo del formatore in aula. Mi è piaciuta l’espressione e l’ho usata in altri corsi formazione formatori proprio per indicare quale deve essere la “posizione” del formatore in aula. Si parla spesso della leadership del formatore e delle sue qualità. Questa frase dà la possibilità di mettere in luce una serie di sfaccettature sul comportamento che “chi fa aula” può agire. E l’atteggiamento non deve essere, a mio avviso, quello del signorotto del castello: ego centrato, che fa sfoggio dei suoi averi e dei territori che ha potuto visitare, che mostra la sua immagine dipinta come segnale di nobiltà, che chiede riverenza da parte di chi in quel castello ci entra.

C’è un’altra figura, che è in ombra, che dice”il castello è mio” e ne conosce ogni angolo: è il personale di servitù. Il servo fedele sente il castello come suo perché ci vive, tiene pulito ogni angolo, soddisfa i bisogni del suo padrone, sa che lo “splendore” di cui si fregia il suo padrone è anche merito suo. Del castello il servo fedele conosce i passaggi più misteriosi e le buie celle.

Mentre ripensavo alla frase “il castello è mio” mi sono venuti in mente tanti formatori signorotti della formazione, che mettono davanti il proprio io e il proprio sapere ai reali bisogni di apprendimento di chi sta in aula.

E’ necessario ricordare che come formatori siamo pagati (anche) perché le persone apprendano. Lo sfoggio di sapere e di immagine nulla ha a che vedere con l’esigenza di apprendimento di chi deve essere protagonista della formazione.

Ho sentito dire che ogni partecipante è responsabile del suo apprendimento. E questo è vero anche per me, fino a quando non diventa un alibi per la mancanza di risultati. Perché compito del formatore è mettere le persone nella condizione di apprendere e se non lo si fa non si sta assolvendo al lavoro per cui si è pagati. Perché, ricordiamoci, che il formatore riceve un compenso per ciò che fa e scaricare sul “cliente” la propria inadeguatezza non è di valore. Il servitore fedele aiuta il suo signore a salire a cavallo. Non lo lascia a terra dicendo che il cavallo è troppo alto per lui. Il formatore deve avere fiducia nelle capacità di chi ha in aula. Non può essere responsabile dell’apprendimento del singolo, perché l’apprendimento è un atto volontario e quindi in proprietà della persona. Il formatore non può agire sulla volontà. Può agire sul risveglio di tale volontà prima di tutto dando fiducia e mettendo le persone nelle condizioni di apprendere.

Quelli che si ritengono “alti ragionamenti” possono essere del tutto fuori luogo in determinate situazioni. Se le persone non “capiscono” il formatore in aula, il formatore ha un problema che dovrà risolvere (se vorrà): il fatto che non riesce a farsi comprendere e quindi a fare breccia su chi ha davanti. E questo è un “bel lavoro” che dovrà fare su di sé. Lo stesso lavoro che i formatori “chiedono” ai partecipanti a un corso di fare.

Pur “facendo il formatore” da 15 anni ormai, ho ancora molte domande e dubbi sul ruolo del formatore. Ho un’idea su alcune caratteristiche che deve avere il formatore e su queste ho maturato una certezza: il formatore deve essere umile e competente. Mi si può dire che l’essere competente è cosa scontata. Per me non lo è. Questa è una professione in cui si ritiene che anche la solo infarinatura sia competenza. E, per citare una frase che ha scritto su Facebook un po’ di tempo fa Barbara Laura Alaimo, “l’infarinatura non è competenza, perché la competenza non è una cotoletta alla milanese”. E io sulla mancanza di competenza non riesco ancora a farci il callo. Perché è mancare di umiltà, quell’umiltà che fa essere preparati, dire che non si sa e che si deve studiare per imparare. Quell’umiltà che fa dubitare, a volte, della propria competenza e fa riconoscere la preparazione e competenza altrui, anche quella di chi è “seduto” davanti a te in aula per “ascoltarti”. Perché, magari, quelle persone di cose da dire ne hanno e come formatore devi dare fiducia. Devi saper fare un passo indietro e metterti al servizio, all’interno del “tuo” castello.

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