Uomo, macchina, trascendenza

Come Direttore di 78PAGINE mi prendo cura delle parole di persone che hanno qualcosa da dire.

Perché ci sono ancora persone che hanno qualcosa da dire, che hanno visione, che vogliono misurarsi per poter migliorare … anche in un modo che sembra spesso configurarsi come una mediocrazia.

Una di queste persone è Raffaele Ciardulli, che, in un articolo scritto per 78PAGINE, afferma “L’umanità non è porzionabile senza danno e si conquista per sottrazione”e parla di uomo e macchina.

Quando ci siamo incontrati con Daniele Nonnato e abbiamo parlato di questo forum le parole di Ciardulli continuavano a rimbalzarmi per la testa … l’umanità non è porzionabile senza danno e si conquista per sottrazione … e, in questo, mi riporto alla dicotomia uomo macchina, la contrapposizione tra uomo e macchina tipica del sentire comune.

Il sentire dell’uomo, per così dire comune, dice che le macchine ruberanno lavoro all’uomo. C’è una parte di umanità che ha questo tipo di paura e di questo si deve tenere conto.

Si può uscire dalla dicotomia pensando a una strada del cammino di mezzo. Una terza via in cui la macchina è a supporto dell’uomo e si ricorda che la macchina è creazione umana.

L’umanità non è porzionabile, scrive Ciardulli. L’uomo si prende come un tutto, con le sue fragilità, debolezze, imperfezioni, odio e gli elementi di perfezione, creatività e genio … questo è uno dei motivi per cui questo forum è stato organizzato qui … non solamente perché il luogo è bello e prestigioso ma per ricordare quello che l’uomo sa fare.

Gli affreschi che ci circondano mostrano la genialità umana e l’imperfezione. Perché anche l’affresco più bello, in quanto frutto dell’uomo, ha la bellezza dell’imperfezione.

La macchina è ciò che consente di aumentare le capacità umane, di rendere la vita più agevole in modo tale che l’uomo possa realizzare tutte le potenzialità della sua umanità, liberare spazi di pensiero che permettano di vedere quell’oltre su cui si basa questo forum.

L’intelligenza artificiale, l’intelligenza aumentata, la robotica sono tutti elementi a supporto dell’umanità e non rendono l’uomo più profittevole per addizione meccanica. Sicuramente non soddisfano il suo bisogno di trascendenza, che distingue l’uomo dal resto … e il bisogno di trascendenza, molto probabilmente, è ciò che rimane dopo aver operato l’ultima sottrazione.

L’uomo, attraverso le macchine, può diffondere e veicolare, ad esempio, “il bello e il ben fatto” a noi tanto caro e che è presente anche in questo forum.

Benvenuti, quindi, a Supply Chain Technology Forum 2018,  augurandosi che in questo forum ci sia una visione del futuro rispettosa del business e dell’umanità.

 

 

Il testo è lo speech introduttivo preparato per Supply Chain Technology Forum 2018. Ringrazio Daniele Nonnato, Amministratore Delegato di Multimac ed editore del forum, per l’opportunità.

 

 

 

 

Numeri primi

Non adoro particolarmente i social, pur utilizzandoli … diciamo che, come tanti, ho un rapporto conflittuale con i social. Ne parlavo qualche tempo fa con un collega … a volte sembra una gara a chi è più bravo, a chi si inventa un nome nuovo per una cosa vecchia e così via … Se non li usi, però, rischi, in qualche modo, di non apparire o “scomparire” e che il tuo lavoro e i tuoi sforzi non sia conosciuti.
C’è chi sostiene che se non sei sui social non esisti …

Prima di essere riconosciuto devi essere conosciuto. Non si riconosce ciò che non si vede.

Per anni ho lavorato “sodo” e in ombra. E’ stato difficile aprire i social e ancora di più un sito internet. Ultimamente non riesco a scrivere molto, nel mio blog.

Ammiro e invidio chi ha molto da scrivere …

L’altro giorno, prima di passare dal commercialista, mi sono fermata a comperare delle scarpe. Avevo poco tempo e sapevo esattamente quello che cercavo. Mi servivano un paio di scarpe sportive per lavoro: serie, grigie e che fossero un giusto compromesso. Volevo prenderne un secondo paio, poi, per la vita di tutti i giorni: colorate, comode e che sostituissero degnamente le mie scarpe da ginnastica fucsia, che portano qualche segno del tempo.

Stavo per definire la mia scelta.

Si avvicina una persona che conosco. Mi chiede se la borsa appoggiata alla sedia è la mia. Ha mal di schiena e vorrebbe sedersi. Sposto la borsa e provo per l’ultima volta un paio di scarpe. Devono essere comode le scarpe! Si può passare parte della vita come se si avesse i piedi in scarpe strette … se si possono scegliere le scarpe devono essere comode!

“Come va il tuo libro?” mi chiede.

“Bene … Va bene!” rispondo.

“Sai, anche Pinco Pallo ha pubblicato un libro … bello grosso!”

“Sono contenta per lui … Io pubblico solo libri piccoli … ” è la mia risposta (non mi sono trattenuta … ero lì per comperare delle scarpe …)

Mi ha fatto sorridere questa cosa: il valore va a un tot a parola, a pagina, a post … si è bravi sul “tanto”.

La maggior parte delle volte, scrivo e pubblico prendendomi in giro. Mi prendo poco sul serio, nel bene e nel male. Però faccio le cose sul serio e prendo le cose seriamente. Sopporto sempre meno le perdite di tempo, gli accordi non rispettati, la poca sostanza …

E’ un po’ come se cercassi “numeri primi”.

“I numeri primi sono ciò che rimane una volta eliminati tutti gli schemi: penso che i numeri primi siano come la vita. Sono molto logici ma non si riesce mai a scoprirne le regole, anche se si passa tutto il tempo a pensarci su”, ha scritto Mark Haddon.

Ho iniziato da poco a far collezione dei miei “numeri primi”. La prima copia del mio primo libro, la prima copia del primo e del secondo numero di 78PAGINE, la prima copia del mio secondo libro … perché è ciò che in essi rimane di tanto lavoro. Tante ore e giorni di lavoro sono condensati in poche pagine e, tra le pagine di questi numeri primi, c’è sempre qualcosa che sfugge …

Il primo editoriale

Il primo editoriale è un’emozione. Quello scritto per “78PAGINE per il coaching, la formazione e la narrazione” ha un sapore speciale, perché è l’editoriale per una rivista desiderata, voluta e ideata …

“Eccomi qui!

Mi ritrovo a scrivere un editoriale, per una rivista che ho immaginato, desiderato e voluto. E’ strano, per me, farlo. Per anni ho pensato che il mio lavoro avrebbe riguardato la parola. Ho sognato ad occhi aperti, come spesso si fa da adolescenti. Ed io ero adolescente.

Poi sono cresciuta. Ho incontrano persone. Ho fatto esperienze. Ho iniziato a pensare che ciò che sognavo ad occhi aperti dovesse rimanere sogno, perché altro non poteva essere.

Allora, succede altro. Ho fatto accadere altro, diverso da ciò che immaginavo e non meno bello e soddisfacente. Sono avvenute cose e, poi, altre ancora. Ho studiato, lavorato e vissuto, come tutti. Finché, d’improvviso, mi sono ritrovata a quasi quaranta anni catapultata a quando ne avevo sedici. I ricordi si sono fatti vivi. Le immagini sono diventate nitide e tutto mi è sembrato sospeso nel tempo.

In questo tempo sospeso, ho iniziato a fare ciò che avevo pensato non fosse possibile. E non credo di essere la prima e l’ultima a cui ciò accade …

Questa rivista nasce da un sogno che si trasforma in realtà, quindi. Vuole essere cassa di risonanza per chi desidera dire la propria su uno specifico tema. “Dire la propria” significa, in questa rivista, il proprio personale punto di vista. La ricerca è di contributi originali, del libero pensiero, di menti vive e vivaci e di persone che sono disponibili a raccontare la propria esperienza e a raccontarsi. L’esperienza che ognuno porta con sé è ricchezza per la mente, il cuore e l’anima.

Questa rivista è stata pensata come trimestrale e tematica. Il primo numero è di giugno 2018 e sono previste altre due uscite per quest’anno.

I temi del 2018 sono“Apprendere ad apprendere”, “Raccontare” e “Creare”.

La rivista è stata pensata per essere cartacea. 78 pagine in cui i vari temi saranno trattati attraverso il punto di vista del coaching, della formazione e della narrazione. Ci saranno interviste, racconti di vita vissuta, rubriche e contributi scritti da persone diverse, ogni numero. All’interno si troveranno anche libri consigliati. Di nessun libro segnalato si leggeranno male parole, perché la scelta è fatta a monte. Si segnalano solo libri che si ritengono essere di interesse per i lettori di questa rivista. Saranno, con lo stesso principio, messi in luce anche gli eventi.

Chi desidera scrivere per la rivista contributi, racconti, mettere a disposizione uno strumento di coaching e formazione o ha altre idee e suggerimenti lo può fare, inviando una mail a direttore@78pagine.it.

Ringrazio Francesca Corsano, che controlla i flussi di cassa per Settantotto srl, che, vedendo il business plan della rivista, ha esclamato “Quanti costi!” e poi ha aggiunto “Però un bel progetto …”. Grazie a Rocco Tamblé, il grafico di fiducia che sembra essere dotato della capacità di leggere nel pensiero, Lucia Pasquini, che ha deciso di imbarcarsi in questa nuova avventura, Raffaele Ciardulli, Marzia Dazzi, Rosa Gargiulo , Paolo Marinovich, Walter Allievi che hanno accolto, con il cuore aperto, l’idea di tenere una rubrica e tutti coloro che hanno contribuito a questo numero : Elke Moeltner, Mario D’Agostino (con il supporto di Angelica Paci), Silvia Colautto, Adele De Prisco, Davide Verazzani, Marzia Iori, Roberto Roce, Christian Mancini.

Ringrazio Nicola Corsano: senza Nicola questo editoriale, in quanto tale e in tutte le sue parti, non ci sarebbe mai stato.

Grazie ai lettori di questo primo numero e a tutti i futuri lettori!”

Chi desidera acquistare la rivista lo può fare accendendo al negozio di Settantotto srl.

Parlando di imbarazzo …

“Mi imbarazza un po’ … ” dico.

“Non capisco cosa ti imbarazzi.” è la risposta.

Cosa imbarazza?

Perché scrivere dell’imbarazzo?

Perché, nell’ultimo periodo, è una parola che ho detto più di qualche volta. A volte ho provato l’emozione dell’imbarazzo, altre volte ne ho parlato e basta.

Ho ripreso in mano un libro che avevo studiato ai tempi dell’università, Imbarazzo, vergogna e altri affanni a cura di Valentina D’Urso, per un lavoro che aveva come argomento le emozioni.

Sembra che il concetto che accomuna il pensiero di ricercatori di aree diverse sia quello di crisi dell’immagine pubblica. Per provare imbarazzo (e ciò lo distingue dalla vergogna) deve esserci la presenza sulla scena di chi si imbarazza e di chi assiste o è causa di imbarazzo. E’ un’emozione che riguarda il tempo presente.

Inoltre, oltre agli altri ci siamo noi, con le nostre piccole debolezze che, magari, non desideriamo mostrare al mondo. Si può provare imbarazzo perché pensiamo di violare i nostri standard, personali, particolari e autoimposti. così, ognuno di noi ha i propri standard da rispettare, più o meno stringenti.

Poi, possiamo imbarazzarci perché sentiamo l’attenzione degli altri su noi stessi, sappiamo che il nostro comportamento è regolato da regole sociali da rispettare, vogliamo conformarci a queste norme, abbiamo il timore di perdere la faccia, siamo insicuri delle nostre capacità. Possiamo essere imbarazzati per un complimento. Mi è capitato recentemente, durante una formazione formatori. I partecipanti, a fine corso, mi hanno fatto i complimenti per il lavoro svolto è ciò mi crea ancora imbarazzo nonostante sia accaduto più volte.  Hanno anche calcato la mano quando mi hanno fatto notare che avevo una posizione particolare dei piedi, che è una mia tipica posizione in determinate circostanze.

Si può provare imbarazzo perché si deve gestire una situazione in pubblico, respingere avances (che nel “mio linguaggio” diventa uno che ci prova), affrontare una gaffe … e altre situazioni ancora.

Perché, allora, ammettere l’imbarazzo?

Perché va di pari passo, secondo me, con la vulnerabilità. Si mostra quello che si sta vivendo in quel momento. Si dichiara l’imbarazzo all’altro e a se stessi. Le emozioni e il loro linguaggio ci sono utili per la costruzione del nostro modello di sé e per la relazione con gli altri. Le nostre emozioni possono provocare nell’altro una risposta che ci aspettiamo o meno.

A questo punto ci si potrebbe chiedere se mi aspettavo la risposta “Non capisco cosa ti imbarazzi”.

Non lascio un sospeso e dico di no. In realtà, non aspettavo nessuna risposta. Ho fatto dichiarazione di imbarazzo e ho messo in luce la mia vulnerabiltà. I formatori e i coach dicono che così va fatto …

L’affermazione di risposta l’ho trasformata nella domanda “cosa mi imbarazza?” e non è stato difficile, per me, trovare la risposta …

Aggiungo che non ci imbarazziamo se la cosa per cui proviamo imbarazzo o le persone che abbiamo davanti sono per noi rilevanti.

E’ un po’ come dire mi sento inadeguato, questa cosa è per me importante, tu sei importante, di fronte a te vorrei fare bella figura. Intendendo per “te” una singola persona o un gruppo di persone.

Credo che l’imbarazzo mostri la fragilità e la fallibilità dell’essere umano in quanto tale. Non esiste perfezione assoluta nell’umanità. Tanta bellezza, forse, e non perfezione. L’imbarazzo, come la vulnerabilità, fanno parte del vivere umano.

 

Un libro, un bruco e una farfalla

E’ passato ormai un anno dalla pubblicazione del mio libro, La foresta delle illusioni ed è stato, per molti versi, un anno di scoperte.

Ogni scoperta ha portato con sé un forte senso di meraviglia.

Ci sono aspetti dei libri di cui ho sentito parlare e che non conoscevo veramente.

Piergiorgio Reggio lo chiamerebbe quarto sapere: quel sapere che deriva dall’esperienza realmente vissuta e che, solo come tale, può essere compresa fino in fondo. Perché un conto è pensare a cosa ne sarà del proprio libro, un altro è vivere ciò che succede.

Si scopre, ad esempio, che le parole colpiscono in modo diverso. Hanno un effetto su chi scrive e un altro su chi legge. Alcuni passaggi (gli stessi) risuonano a molte persone in modo diverso, altri passano sotto traccia.

Si scopre che si scrivono alcune parole con un significato e che il lettore dà, a quelle stesse parole, un’interpretazione diversa.

C’è un passaggio del mio libro che mi colpisce particolarmente e non perché l’ho scritto io. Mi colpisce perché la maggior parte dei lettori me lo ricorda e sembra essere, ad ogni presentazione, una costante da leggere.

E’ Il bruco e la farfalla. 

– Su un ramo di un albero Taras scorse un bozzolo.
Era bianco, cangiante e formato da fili fitti e finissimi. Oscillava sul ramo, a cui era legato con un unico filo sottile e lucente, colpito dalla luce di un raggio di sole.
Improvvisamente, il bozzolo si schiuse e spuntarono le ali colorate di una farfalla che si lanciò tremante nel suo primo volo.
“Vedi: un bruco e una farfalla” disse Mago “Niente in comune, almeno all’apparenza. Invece l’uno diventa l’altra. Quando il primo rompe il bozzolo, la seconda è pronta a distendere le sue magnifiche ali e a volare.
Questo è ciò che avviene quando l’allievo diventa maestro. Se la trasformazione è completa, il maestro è pronto a volare.
A volte, però, il bozzolo viene rotto prematuramente. La farfalla non ha completato la sua trasformazione.
Fai attenzione, Cavaliere, a chi non ha mutato natura in modo completo. L’aspetto è di farfalla, il cuore e la mente sono di bruco. Essi pretenderanno il posto da maestro senza averne titolo e, visto che la loro forma è di farfalla, sarà difficile scoprirne la sostanza di bruco.”