Affinità e divergenze tra la maieutica socratica e il coaching

art-1238602Si associa spesso il coaching alla maieutica socratica. La prima volta che ho sentito tale associazione ho deciso di rileggere il primo testo di Platone che ho studiato ai tempi dell’università: il Teeteto.
La prima considerazione che ho fatto è stata che si può paragonare il coaching al domandare di Socrate, principalmente per il fatto che Socrate pone domande. Va tenuto in considerazione che il Socrate che conosciamo è quello descritto da Platone, e qualche altro, e non ci sono testimonianze dirette lasciate da suoi scritti.
Sulla qualità delle domande del coach Socrate, a mio avviso, c’è da discutere. Molto probabilmente il Socrate che leggiamo verrebbe bocciato durante la maggior parte degli esami per “l’abilitazione” alla professione di coach. Perché il domandare socratico è incalzante, fatto di domande chiuse e talvolta indirizzanti in termini di risposta. È vero che il filosofo dichiara di non avere conoscenza delle cose di cui domanda, ma a leggerlo nella versione platonica qualche dubbio sulla sua dichiarata non sapienza, a volte, può venire.
Della mia prima lezione che ho frequentato alla Facoltà di Filosofia ricordo con precisione l’apertura fatta  dal professore: “se siete qui per trovare risposte, vi conviene cambiare facoltà. La filosofia funziona come un imbuto rovesciato: sembra di incanalarsi verso la risposta e poi, improvvisamente, tutto si riapre”.
Paragoniamo questa cosa a una sessione di coaching in cui tutto rimane aperto. Anche qui le scuole più ortodosse boccerebbero l’aspirante coach che lascia un partner disorientato e che non riesce a definire un obiettivo di percorso e di sessione. Nel Teeteto, ad esempio, si passano ore nella lettura di un domandare e un rispondere a che cosa è la conoscenza, per poi arrivare all’imbuto rovesciato. Non si definisce che cosa è conoscenza, si ha qualche sapere in più e tutti se ne tornano a casa con le loro domande. Che poi, stare un po’ con le proprie domande non fa male. E anche questo rimanere con le proprie domande potrebbe non essere ben visto dalla maggior parte delle scuole di coaching e dai coach ortodossi.
E poi c’è tutta la questione che riguarda il fatto che tutte “le persone hanno le risposte dentro di sé”, il coaching serve a far trovare alle persone le proprie soluzioni con le risorse che hanno e altre affermazioni simili. Per fortuna non c’è Socrate in giro a raccontare della sua arte maieutica che fa partorire i maschi e non le femmine e che non fa partorire proprio tutti tutti i maschi, perché qualcuno è sterile e di risposte da dare non ne ha. Un po’ come dire che dai muri non si ricava sangue. E qui, con Socrate si potrebbe chiudere la questione che anima il mondo del coaching da qualche tempo con la domanda se tutte le persone sono “adatte ai percorsi di coaching”. Socrate direbbe di no. Non tutti i maschi sono gravidi e non si può chiedere a chi risposte non può dare.
Allora mi domando perché si associa il coaching a Socrate e la risposta che mi do è che “Socrate è uguale a domandare senza dare risposte”. Credo che questa generalizzazione sia una generalizzazione di tutto rispetto.
A me il Socrate raccontato da Platone piace e mi piace molto per alcune cose in particolare. Per la sua capacità di far partorire chi è gravido, ritenendo io che non tutti siano gravidi. Per il pensiero latente che non tutti gli esseri umani siano meravigliosi, con la speranza che il mondo possa essere comunque migliore. Mi garba il suo domandare irriverente, sopra le righe, incisivo, diretto e senza fronzoli. Mi colpisce il chiedere, senza sapere (apparente) di chi ha, in ogni caso, le idee chiare.
Mi interessa il suo affermare che si lega più al processo del domandare che al contenuto che si manifesterà.
E poi, dietro al Socrate raccontato, c’è il filosofo Platone con tutta la potenza del suo pensiero. Un Platone che scrive di meraviglia, come origine della filosofia. Quella meraviglia che atterrisce, angoscia, dà le vertigini e non produce paralisi e mortificazione del pensiero e origina il pensiero stesso. La meraviglia è il punto di partenza. Ecco l’affinità più grande con il coaching: il disorientamento che dà la meraviglia rappresenta la rottura delle acque (solo) per chi è gravido. Aggiungendo che, ed è bene ricordarlo nonostante siano passati secoli, sono gravidi di sapere sia i maschi sia le femmine.

2 Comments

Aditya

about 5 mesi ago

Veramente un articolo Ben scritto. Da grande appassionato della filosofia greca e prossimo coach, convengo che lo smarrimento sia il punto di partenza della meraviglia e penso: Sarà l'accettazione quotidiana di essere "smarriti" e quindi in termini socratici IGNORANTI che può portarci a vivere la nostra vita con più curiosità e presenza?

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Alessandra Marconato

about 5 mesi ago

Grazie! Credo che l'essere "smarriti" sia un passo fondamentale verso la conoscenza ...

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