Una scarpa e uno zoccolo (ovvero deve cambiare tutto ma facciamo in modo che tutto rimanga uguale)

zoccolo cambiamentoRispetto al tema del cambiamento si dice e si scrive molto. Esistono diverse teorie e posizioni. C’è chi sostiene che cambiare è bello, il futuro è oltre la propria zona di comfort, il cambiamento è inevitabile … C’è chi di fronte al cambiamento “si arrende”: se non lo puoi combattere alleati … C’è chi il cambiamento non lo sopporta proprio e lo combatte e ogni volta che sente espressioni del tipo “il cambiamento è bello” gli parte qualche parolaccia dal profondo del cuore.
Indipendentemente dalle posizioni, il cambiamento richiede un impegno di energie, che può essere più o meno grande in base alla propria predisposizione rispetto al tema del cambiamento stesso. C’è chi è spaventato, chi guarda alla cosa con un certo fatalismo, chi si sente galvanizzato dalle nuove sfide … E, per me, non c’è un atteggiamento migliore di un altro. Sono gli eccessi che non portano a nulla di buono.

Due strade trovai nel bosco (ovvero quando si smette di fare qualcosa)

Robert Frost nella sua poesia “La strada non presa” parla di due strade in un bosco e del fatto che, essendo uno solo, deve scegliere di percorrerne una.
La poesia si conclude con un “e questo ha fatto la differenza” o simili, dipende dalle traduzioni.
Mi piace ripetere a voce alta la frase “due strade trovai nel bosco …” e immaginare le due strade: sono i bivi della vita.

Si può pensare di prendere una strada e guardare, con la coda dell’occhio, a quella che si è deciso di percorrere, fino a quando non scompare o ci si accorge di qualcosa che la rende preferibile. Allora si può tornare indietro e percorrere l’altra strada.

Di fatto, non si percorreranno mai entrambe. Se si sceglie una strada, si lascia l’altra. Si afferma una cosa e si nega l’altra. Questo è il tema della scelta, direbbe qualcuno. Perché la scelta non è altro che un negare per affermare o un affermare e negare. Con il pensiero che ci si può essere in qualche modo illusi di aver fatto la scelta giusta o quella sbagliata. La possibilità di verifica non c’è e l’esperienza che permette la certezza non è data.

E poi penso che nel bosco, nel grande bosco che è la vita, la strada che si è lasciato te la puoi trovare davanti nuovamente.

La storia di “La foresta delle illusioni”

La storia del libro inizia un paio d’anni fa.

Era il febbraio del 2015 e io ci scherzo su dicendo che non so chi è stato concepito prima, se il libro o mia figlia. Sembra che gli ormoni della gravidanza producano “strani” effetti e “La foresta delle illusioni” potrebbe rientrare in questi … o forse no.

La scrittura del libro è stata piuttosto veloce: una settimana circa. Semplicemente mi sono messa davanti al computer e ho iniziato a scrivere. Niente scaletta, nessuna trama studiata … niente di niente. Solo parole da scrivere e scene che apparivano del mio immaginario, e che dovevano essere “trasformate” in parole.
Poi si è aperta la questione del “cosa me ne faccio io di questa roba?”, intitolata “opera prima” e non “La foresta delle illusioni”. Mi divertiva avere un file nominato “opera prima”: è un modo per prendersi in giro e poco sul serio.

Tirare i remi i barca (ovvero prendere fiato e osservare)

C’è un tema che mi sta a cuore e di cui parlo spesso: il grit. Il grit è tradotto in italiano con grinta. La parola non rende però a pieno, a mio avviso,  il significato più profondo di grit. Perché è un insieme di più elementi: resistenza, passione, perseveranza, persistenza e resilienza. Il grit è ciò che permette di raggiungere obiettivi a lungo termine.

Il gri è tenere il timone a dritta e andare avanti, nonostante le difficoltà che si possono incontrare. Il grit segna la strada che si sta percorrendo attraverso piccoli e fitti passi.

E’ come dire “non mollare mai”.

E le persone “mollano”.

Il carro del vincitore (ovvero le tendenze umane nel lavoro di squadra)

Ogni tanto Facebook “dona” perle di saggezza. Si tratta di quelle frasi che sono scritte da chi, magari, non conosce teorie e modelli e che possiede la “scuola dell’esperienza”. Una scuola che determina un agire di buon senso e fa comprendere le questioni da un punto di vista molto pratico e che si concretizza con affermazioni di grande lucidità. La “scuola dell’esperienza”, magari, non determina sempre comportamenti funzionali ed efficaci.  Anche se può dare una visione nitida del sentire e del vedere delle persone in merito ad un argomento.
Di gruppi e di team se ne parla tanto (forse fin troppo). Di leadership se ne parla ancora di più.